25. La crisi del sistema bancario americano

Crisi di fiducia nella carta 

"Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell'accumulazione originaria. Come per un colpo di bacchetta magica, esso dota il capitale improduttivo della capacità di procreare, e così lo converte in capitale senza che debba esporsi alle fatiche e ai rischi inseparabili dall'investimento industriale e persino usurario [...] Il debito pubblico ha dato vita alle società per azioni, al commercio in effetti negoziabili di ogni sorta, all'aggiottaggio: insomma, al gioco in borsa e alla moderna bancocrazia [...] Le grandi banche agghindate di titoli nazionali furono pure e semplici società di speculatori privati che si mettevano a fianco dei governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Perciò l'accumulazione del debito pubblico non ha gradimetro più infallibile del progressivo rialzo delle azioni di queste banche" (1).

I tesori dei ricchi commercianti e finanzieri furono stimolo all'industria; successivamente l'industria sviluppata, con l'enorme capacità di estorcere plusvalore, fu stimolo alla finanza moderna; questa ingigantì nell'epoca imperialistica fino a impadronirsi dell'industria e confondersi con essa. L'accumulazione originaria è cosa fatta ormai da un pezzo: l'industria, cresciuta un tempo con il capitale improduttivo raccolto nella società, diventa essa stessa improduttiva. La finanza impazzisce cercando di trovare valore dove non può essercene, cioè nella circolazione: perciò oggi la crisi cronica delle banche nel cuore dell'imperialismo diventa il gradimetro più infallibile della difficoltà di accumulazione e della necessità del salto storico.

In questa lettera si approfondirà una questione che è stata già affrontata nel Quaderno n. 1 "La crisi storica del capitalismo senile" e in alcune delle lettere precedenti. Si tratterà cioè della crisi del sistema finanziario americano, delle sue cause, e delle implicazioni per il debito e per la politica monetaria americana; queste ultime sono di importanza cruciale nel determinare crescenti contrasti nei rapporti tra Stati Uniti da un lato ed Europa e Giappone dall'altro.

Le contraddizioni degli Stati Uniti si trasferiscono infatti al resto del mondo, che è chiamato a finanziare la più grande concentrazione di debiti mai conosciuta.

Il sistema finanziario, in particolare, svolge compiti importantissimi nel modo di produzione capitalistico: esso deve garantire il funzionamento del meccanismo dei pagamenti, fondamentale per mantenere la fiducia del pubblico su di un mondo monetario cartaceo o addirittura elettronico che non possiede più alcuna copertura, né aurea né di nessun tipo se viene a cadere il meccanismo politico-militare che questa fiducia mantiene artificialmente. Soprattutto il mondo della finanza dovrebbe garantire il trasferimento dei capitali dai settori dell'economia che ne possiedono in eccesso a quelli che ne abbisognano, ma una delle contraddizioni del capitalismo sta proprio in questo: il mondo bancario, nato come servizio per lo sviluppo dell'industria, diventa un mondo a sé stante e cerca di fare il miracolo di creare capitale da solo capitale, cosa impossibile anche per il colosso economico americano.

Le difficoltà delle istituzioni creditizie americane sono perciò destinate ad avere profonde ripercussioni sul resto del sistema economico, non solo americano, aggravando ulteriormente la fase assai negativa che esso sta attraversando.

L'ampiezza del problema

"Nonostante la sua autonomizzazione, il movimento del capitale commerciale non è mai altro che il movimento del capitale industriale nell'ambito della sfera della circolazione[...] esso si muove, entro certi limiti, indipendentemente dalle barriere del processo di riproduzione, quindi anche spinge quest'ultimo al di là dei suoi confini[...] le crisi non si manifestano e non scoppiano per prima cosa nel commercio al dettaglio, ma nelle sfere del commercio all'ingrosso e delle banche, che mettono a sua disposizione il capitale denaro della società" (2).

Alcuni dati sulle tre principali categorie di istituzioni creditizie operanti negli Stati Uniti permettono di comprendere l'ampiezza della crisi del settore.

Per quanto riguarda le banche commerciali, un indicatore di redditività normalmente utilizzato è il rapporto percentuale tra utili e totale attivo, che si è mantenuto per tutti gli anni Settanta e fino all'86 tra lo 0,6 e lo 0,8%. Nell'87 tale rapporto è crollato allo 0,1%, con gli utili che si sono ridotti a poco più di 3 miliardi di dollari contro i 17 del biennio precedente; dopo una ripresa nell'88 tale indice è ridisceso allo 0,5% nell'89 e difficilmente potrà migliorare nel '90. Negli ultimi anni l'attività di intermediazione creditizia ha perciò fruttato molto meno che in passato alle banche commerciali (3).

Il crollo di redditività dell'87 è collegato soprattutto ai grossi accantonamenti a riserva che le banche americane hanno dovuto fare a fronte dei prestiti concessi ai paesi in via di sviluppo (Pvs). Tali accantonamenti, necessari per fronteggiare future contabilizzazioni a perdita, erano ormai diventati inderogabili, sia per la palese inesigibilità di buona parte dei prestiti ai Pvs, sia per le pressioni in tal senso da parte della Riserva Federale (la banca centrale americana). Gli accantonamenti di fondi a riserva sono ripresi nell'89 ed essi coprono attualmente meno della metà dei prestiti concessi ai Pvs; non essendo stato risolto il problema del rimborso di tali prestiti, saranno necessari nei prossimi anni ulteriori incrementi delle riserve con conseguenti riduzioni di utili.

I dati relativi al '90 evidenziano, nel primo semestre, una riduzione del 20% circa degli utili delle banche commerciali rispetto al corrispondente periodo dell'89, con forti accantonamenti per perdite, non tanto in relazione ai prestiti verso i Pvs ma, fatto ancora più grave, per prestiti effettuati nel settore immobiliare, che è quello che negli Stati Uniti sta subendo una crisi di grandissime proporzioni. Traspare inoltre dalla lettura della stampa specializzata la difficoltà delle banche americane a vedersi rimborsati i prestiti indirizzati all'industria, al commercio, all'attività interna in generale.

Commercio di titoli per mezzo di titoli

"Quando il capitale industriale, nelle due forme di capitale produttivo e capitale merce, è contratto, dunque all'inizio del ciclo dopo la crisi, [vi è] una sovrabbondanza di capitali da prestito [...] La sovrabbondanza di capitale da prestito esprime una stagnazione del capitale industriale [...] esprime l'esatto opposto della reale accumulazione [...] Un'accumulazione del capitale da prestito può verificarsi, senza reale accumulazione, grazie a mezzi puramente tecnici come l'espansione e la concentrazione del sistema bancario [...] la massa del denaro prestabile cresce perciò in realtà in modo del tutto indipendente dall'accumulazione effettiva" (4).

Un altro settore fondamentale nell'intermediazione creditizia americana è quello delle banche d'investimento. Queste, operanti tra l'altro nell'intermediazione in titoli, avevano tratto grande vantaggio dall'espansione dei mercati borsistici negli anni '80, ma hanno incominciato a subire grosse contrazioni di attività e di utili dopo il crack dell'87. Da quel momento in poi il volume di transazioni è infatti crollato. A queste difficoltà si è aggiunta la recente crisi del mercato dei junk bonds ("titoli spazzatura", ad alto rendimento ma molto rischiosi), sul quale le banche d'investimento sono particolarmente esposte. Tra l'89 e il '90 le più grosse banche del settore hanno registrato consistenti perdite: la Shearson Lehman Hutton ha avuto perdite per circa 900 milioni di dollari nel solo primo trimestre del '90, mentre la Merril Lynch ha chiuso l'89 con quasi 500 milioni di dollari di perdite nell'ultimo trimestre. Ne sono derivati drastici tagli del personale e cessioni di molte attività svolte (5).

Le banche d'investimento sono quelle che più rappresentano la socializzazione del capitale togliendogli il suo carattere privato e dimostrandoci che il capitalismo non ha già più ragione di esistere. Marx afferma che il sistema azionario è una "negazione dell'industria privata capitalistica sulla base del sistema capitalistico stesso": la banca d'investimento diventa la negazione del capitale privato attraverso l'istituzionalizzazione pubblica del sistema azionario. Il credito gestito dalle banche d'investimento (o da qualsiasi banca che operi in questo ramo) è direttamente lavoro sociale. Il capitale industriale, ormai remota fonte, non è che "la base per la sovrastruttura del credito".

La raccolta del capitale per l'investimento industriale, che ora è diventata raccolta per l'investimento in titoli industriali senza legame con la produzione vera e propria, procede inesorabile perché sia il successo che l'insuccesso portano alla centralizzazione dei capitali e quindi "all'espropriazione alla scala più grandiosa".

La banca d'investimento rappresenta lo specchio fedele del paradosso capitalistico: il capitalismo nasce storicamente con l'espropriazione dei non-capitalisti e deve inesorabilmente sopravvivere con l'espropriazione dei capitalisti stessi. Il gioco azionario è, tramite le banche d'investimento, la molla più forte in America per la concentrazione e la centralizzazione del capitale in giganteschi agglomerati sovranazionali.

"Il sistema creditizio accelera lo sviluppo materiale delle forze produttive e la formazione del mercato mondiale[...] nello stesso tempo il credito affretta le violente eruzioni di questo antagonismo, le crisi, quindi gli elementi dissolventi del vecchio modo di produzione" (6).

Terzo importante settore d'intermediazione è quello delle Casse di Risparmio, diventato ormai tristemente famoso.

Le perdite del settore nel suo complesso stanno aumentando molto rapidamente; dopo aver registrato utili abbastanza modesti fino alla metà degli anni Ottanta (tra gli 1 e i 5 miliardi di dollari), l'insieme delle casse di risparmio ha incominciato a registrare perdite sempre più consistenti, avvicinandosi ai 20 miliardi di dollari nell'89 (7).

Attualmente il costo previsto per far fronte (attraverso il salvataggio o l'assorbimento da parte di altre banche) ai fallimenti di tutte le casse di risparmio in crisi è valutato attorno ai 500 miliardi di dollari.

Perché proprio negli Stati Uniti

"Il rapido incremento del capitale da prestito è una conseguenza dell'accumulazione reale, perché è effetto dello sviluppo del processo di riproduzione e il profitto che costituisce la fonte di accumulazione dei capitalisti monetari non è se non una detrazione dal plusvalore intascato dai capitalisti riproduttivi e, insieme, appropriazione di una parte dell'interesse su risparmi altrui" (8). Gli Stati Uniti rappresentano il paese in cui più si è proiettato il capitale verso forme di dominio moderno, grazie alla vittoria militare ed economica su tutti gli avversari. Gli Stati Uniti sono quindi il paese in cui una parte sempre maggiore di plusvalore si è tradotto in rendita e interesse: di qui il grande sviluppo della concentrazione bancaria accompagnato ad una presenza capillare anche nelle aree più sperdute delle funzioni del credito. Di qui anche una maggiore esposizione alla crisi del capitalismo monetario.

Negli altri paesi industrializzati si riscontrano sporadicamente crisi di alcune banche: famose quelle della Herrstatt tedesca e della UBS Svizzera. Ultimamente giungono notizie di difficoltà in qualche banca inglese. Anche le banche giapponesi hanno una redditività molto bassa, con un rapporto assai modesto tra utili e totale attivo; non si tratta però di un fenomeno nuovo per le banche giapponesi, che fanno tradizionalmente parte di grossi conglomerati finanziari e industriali e che effettuano operazioni di grande ammontare su cui guadagnano percentualmente poco. Ma una crisi della portata di quella che sta investendo il sistema bancario americano non si è ancora manifestata in nessuna parte del resto dei paesi più industrializzati. Bisogna considerare che il sistema finanziario americano possiede caratteristiche profondamente diverse. Esso è infatti molto più frammentato, con oltre 30.000 banche e un basso grado di concentrazione. E' vero che molte banche americane sono di ragguardevoli dimensioni, però ciò non toglie che esse coprono una quota di mercato particolarmente ridotta. Proprio queste caratteristiche aiutano a spiegare le modificazioni che hanno coinvolto il sistema bancario americano nell'ultimo ventennio e che hanno indebolito molte istituzioni creditizie.

Un altro aspetto riguarda il ruolo internazionale svolto tradizionalmente dagli Stati Uniti; la politica imperialistica da essi condotta si è tradotta tra l'altro nell'esportazione nel mondo e in particolare nei Pvs di grandi masse di capitali.

Gli Stati Uniti sono inoltre un paese con un'economia ad alto grado di maturità e valendo la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto può essere attualmente più difficile investirvi produttivamente capitali di quanto non avvenga invece in paesi economicamente meno maturi e di capitalismo più giovane. La difficoltà a investire negli Stati Uniti capitali in settori produttivi fa sì che essi vengano dirottati altrove con conseguenze facilmente comprensibili per la competitività dell'economia americana.

Ed infine l'aggravarsi della crisi economica in corso sta colpendo più duramente gli Stati Uniti rispetto al resto dei principali paesi industrializzati. Tra i paesi giunti allo stadio imperialistico, solo l'Inghilterra ha sintomi di vecchiezza più pronunciati degli Stati Uniti. Gli altri paesi hanno beneficiato della grande ricostruzione postbellica e del massiccio afflusso dei capitali americani esuberanti, compresa la Francia che, se non ha subìto devastazioni paragonabili a quelle tedesche e giapponesi, ha però attinto comunque alla cascata di dollari.

Mentre la Germania cresce a ritmi sostenuti (+5% il Pnl nel '90) e il Giappone a ritmi tedeschi se non superiori, l'economia americana è in questo momento in posizione di stallo, con vari settori in crisi. Uno di questi è per esempio quello immobiliare: la caduta dei prezzi degli immobili comporta difficoltà di rimborso per tutti coloro che si sono indebitati, e corrispondenti problemi per le istituzioni creditrici nel recuperare l'intero ammontare del prestito vendendo l'immobile ipotecato. Le difficoltà economiche si trasmettono immediatamente al sistema finanziario.

Campi di attività diversi per banche specializzate

Quando si verifica il fenomeno tipico del capitalismo maturo per cui una sempre maggiore quota del plusvalore si trasferisce all'interesse e alla rendita, allora lo Stato interviene per regolare questo trasferimento nel tentativo di mantenere quote alte di plusvalore nelle attività produttive e di frenare la cosiddetta speculazione che invece opera per definizione al di fuori di esse.

Prima di analizzare le modifiche apportate al sistema bancario americano è indispensabile un accenno alle sue caratteristiche peculiari, cioè la frammentarietà che era ancora maggiore di quella attuale, e la diffusione capillare delle istituzioni creditizie sul territorio.

Si sono già ricordati i tre settori tipici dell'intermediazione bancaria: quello delle banche commerciali, delle casse di risparmio e delle banche d'investimento. Dopo la crisi del '29, la legge bancaria americana aveva disposto una precisa separazione tra i compiti riservati alle diverse istituzioni creditizie, allo scopo soprattutto di evitare il ripetersi di un'analoga crisi.

Le banche commerciali dovevano operare sul mercato a breve termine: erano le uniche che potevano raccogliere depositi a vista (su cui si potevano emettere assegni) ed erano le uniche che potevano effettuare prestiti a breve termine alle imprese; questi depositi a vista erano infruttiferi, però erano gli unici utilizzabili per effettuare pagamenti (paragonabili ai nostri conti correnti).

Le banche d'investimento operavano invece sul medio e lungo termine, finanziando le imprese, comprandone obbligazioni e azioni per detenerle in proprio al fine di collocarle successivamente sul mercato. Erano inoltre le uniche autorizzate a effettuare l'attività di intermediazione in titoli.

Tale suddivisione di compiti è molto meno marcata nei paesi europei: in Italia ad esempio le banche possono effettuare l'intermediazione in titoli, mentre sono escluse dai finanziamenti a medio-lungo termine, riservati agli istituti di credito speciale. Non a caso proprio in Germania, paese a giovane capitalismo, esiste addirittura la cosiddetta banca universale, che può svolgere qualsiasi operazione di tipo finanziario. Il divieto per le banche commerciali di svolgere tale tipo di attività mirava a impedire l'acquisto del capitale azionario delle imprese da parte delle banche, allo scopo di scongiurare il diretto coinvolgimento di queste ultime in caso di crisi, come era avvenuto nel '29.

Le casse di risparmio, a differenza delle banche commerciali, erano specializzate nella raccolta di depositi a risparmio (depositi vincolati) e nell'erogazione di prestiti in forma di mutui per l'edilizia residenziale a favore delle famiglie. Si trattava perciò di istituzioni di modeste dimensioni e operanti su aree territoriali abbastanza limitate.

La regolamentazione comportava poi severi limiti sui pagamenti degli interessi: i depositi a vista delle banche commerciali erano infruttiferi e i depositi delle casse di risparmio offrivano un interesse che non doveva superare un tetto massimo stabilito dagli organi di controllo; anche i tassi che le banche praticavano sui prestiti erano soggetti a tetti massimi. Esisteva inoltre una severa limitazione all'espansione territoriale, per cui le banche aventi la sede in uno Stato incontravano grossi ostacoli a espandersi in altri Stati.

Conseguenza di una regolamentazione così restrittiva era l'esistenza di un grandissimo numero di banche, ciascuna specializzata in uno specifico comparto di attività e, ad eccezione delle più grandi, ciascuna operante in un'area relativamente ristretta.

Per completare il quadro bisogna considerare la struttura di controllo delle banche americane, che era ed è anch'essa notevolmente frammentata. La Riserva Federale non era infatti in grado di controllare in maniera centralizzata le istituzioni creditizie così come avviene nei paesi europei.

Negli Stati Uniti, fino al 1980, le banche potevano scegliere se dipendere ed essere controllate dallo Stato in cui operavano o dagli organismi federali. Ne derivavano regolamentazioni assai diverse, con quelle dei singoli Stati che si caratterizzavano per il fatto di offrire condizioni più favorevoli, spesso allo scopo di incentivare l'insediamento nel loro territorio di nuove istituzioni.

Per fare un esempio, la riserva obbligatoria tenuta presso la Riserva Federale non viene remunerata, mentre i vari Stati offrono in generale un tasso di interesse. Anche nell'ambito del controllo federale esistevano ed esistono tuttora più organismi di controllo che impongono regolamentazioni, vincoli, norme molto diverse le une dalle altre e a volte persino in contraddizione tra loro. La facoltà per le banche di scegliere la regolamentazione più conveniente indeboliva notevolmente il potere della Riserva Federale, che poteva controllarne direttamente solo una parte (9).

"Deregulation"

Gli espedienti legislativi tendenti a vincolare il funzionamento del capitalismo sono introdotti quando l'anarchia della produzione e della distribuzione inceppano l'ulteriore sviluppo dell'accumulazione. La tendenza è irreversibile: il capitale non può permettere la singola iniziativa su questioni che il più delle volte abbracciano l'intero pianeta e sono governate dall'azione congiunta dell'economia statale e della potenza militare. Il soprassalto reaganiano dimostra non un invertirsi di tendenza, ma l'adattamento della politica americana al gigantesco flusso di capitali dall'estero che tentano di venire a valorizzarsi negli Stati Uniti, in titoli del Tesoro e in attività di rendita più che in attività produttive. La "teoria" del trasferimento dal risparmio alle intraprese produttive era in realtà il tentativo di canalizzare la disponibilità di capitale estero verso la ripresa produttiva anche prendendo atto che il sistema bancario stava arrangiandosi per conto suo. Stava cioè abbandonando spontaneamente i residui del New Deal per adattarsi alla concorrenza dei giovani apparati bancari internazionali tedeschi e giapponesi, già nati sull'onda finanziaria del flusso di dollari dovuto alla ricostruzione postbellica.

La situazione è profondamente cambiata nel corso degli anni Settanta e Ottanta, quando il sistema bancario americano è stato investito da un grosso processo di innovazione finanziaria (con l'introduzione di nuovi strumenti, come ad es. nuovi tipi di depositi, modifiche nel sistema dei pagamenti introdotte valendosi dei progressi tecnologici, ecc.) e di deregolamentazione, con la quale le autorità americane hanno deciso di eliminare buona parte dei vincoli che limitavano l'azione delle banche.

La deregolamentazione è stata propugnata da teorici di ispirazione sia monetarista sia liberalista. Queste teorie sono venute in auge con la crisi della politica keynesiana, che non era in grado di spiegare la compresenza di stagnazione e inflazione (soprattutto a partire dalla metà degli anni Settanta in poi) e che non sapeva offrire soluzioni per la conduzione della politica economica; mentre per i keynesiani l'unico modo per combattere la stagnazione era quello di aumentare la domanda pubblica, questa, accrescendo il deficit dello Stato e immettendo maggiore moneta in circolazione, veniva additata dai monetaristi come la causa principale dell'inflazione, che a sua volta indeboliva il cambio del dollaro.

Avevano buon gioco tutti coloro che criticavano la vecchia politica di bilancio sostenendo che la crisi proveniva da un eccessivo intervento dello Stato nell'economia; lo Stato doveva intervenire il meno possibile nelle faccende economiche, non solo riducendo le spese ma anche le imposte.

La riduzione delle imposte, effettivamente praticata da Reagan, più accentuata sui redditi alti, avrebbe dovuto liberare risorse che, sottratte al consumo, si sarebbero potute indirizzare agli investimenti produttivi.

L'incremento degli investimenti avrebbe stimolato l'intera produzione nazionale, avrebbe dovuto far aumentare il reddito nazionale e ne sarebbe derivato un incremento del gettito fiscale che avrebbe più che compensato l'iniziale riduzione delle imposte.

Come corollario di tale teoria vi era la deregolamentazione del sistema bancario e finanziario in genere. Lo Stato doveva limitare il più possibile il suo intervento anche nel controllo delle banche, che dovevano essere lasciate libere di agire in un mercato più concorrenziale.

Ciò avrebbe dovuto favorire il trasferimento dei flussi di risparmio addizionali dalle famiglie alle imprese, e in particolare verso le imprese più efficienti.

La legge più significativa di deregolamentazione fu approvata nel 1980 all'inizio della presidenza reaganiana e segnò un punto di svolta per il sistema finanziario. Le cose andarono in realtà in maniera molto diversa e l'intervento dello Stato non si è alla fine ridotto, ma è diventato sempre più ampio e indispensabile per la sopravvivenza del sistema economico americano.

Ma ritorniamo agli sviluppi che hanno interessato il sistema bancario americano negli anni Settanta.

Le pentole del diavolo e i coperchi della concorrenza

Il flusso di capitali esteri verso gli Stati Uniti ha provocato un contraccolpo nei vari mercati finanziari nazionali con successive correzioni dei tassi d'interesse. Ciò ha portato ad una internazionalizzazione dei tassi che ha fatto saltare definitivamente dall'interno i vincoli posti in passato ai vari rami di attività finanziaria.

Con lo sviluppo dei mercati nazionali, dei relativi flussi commerciali e di quelli finanziari, le banche cercarono di aumentare le proprie quote di mercato, attirando a sé maggiori fondi che potevano essere proficuamente utilizzati per concedere prestiti; in tale loro intento si trovarono però limitate dai vincoli all'espansione territoriale, da quelli che impedivano loro di remunerare la raccolta oltre i tetti stabiliti dalla legge e dal divieto di operare in settori diversi dell'intermediazione creditizia. Le banche cercarono perciò di trovare delle scappatoie legali a tutti i limiti entro cui era costretta la loro attività.

Le più grosse banche americane già negli anni '60 si finanziavano sul mercato dell'eurodollaro a un tasso di interesse più basso di quello interno allo scopo di concedere prestiti sia all'estero sia negli Stati Uniti. La legislazione inoltre permetteva loro di raccogliere fondi sotto forma di certificati di deposito che, se di ammontare uguale o superiore a 100.000 dollari, non erano soggetti ad alcun tetto sui tassi di interesse. Quando perciò i tassi di mercato salivano oltre i tetti imposti dalla legge sui depositi a risparmio le più grosse banche che erano automaticamente escluse dal mercato, potevano continuare a raccogliere fondi.

Le più grosse banche riuscivano inoltre a evitare in notevole misura i controlli dando vita alle Bank Holding Companies (insieme di banche e istituzioni finanziarie svolgenti attività collaterali vietate alle banche), nei confronti delle quali la legislazione è stata per lunghi periodi abbastanza carente.

Il sistema bancario americano, per l'impossibilità di offrire sui propri depositi tassi di interesse in linea con quelli di mercato in occasione di strette creditizie che spingevano i tassi oltre i tetti massimi stabiliti dalla legislazione, era costretto in tali casi a subire "disintermediazioni" e a vedere ridotta la propria importanza nell'intermediazione dei fondi. Tale fenomeno si è andato accentuando nel corso degli anni Settanta, per l'accresciuta variabilità dei tassi di interesse, e ha spinto le banche a chiedere varie forme di deregolamentazione, tra cui maggiore libertà nel fissare i tassi di interesse passivi ed attivi.

Negli anni Settanta, inoltre, sempre più le istituzioni creditizie hanno cercato di svolgere attività tipiche di altri settori dell'intermediazione e per le grosse prospettive di guadagno. Ad esempio sia le banche d'investimento che le casse di risparmio, grazie alla possibilità di interpretare convenientemente la definizione di attività propria delle banche commerciali fornita da un'importante legge del '70, hanno incominciato a effettuare prestiti a breve e a raccogliere depositi a vista. Tale legge definiva infatti banche commerciali quelle che contemporaneamente raccoglievano depositi a vista e concedevano prestiti a breve termine; le altre istituzioni creditizie (ma anche conglomerati industriali e commerciali) hanno fatto svolgere ai propri punti operativi solo una di queste due attività: non potevano, di conseguenza, essere definite vere e proprie banche commerciali.

Le casse di risparmio sono inoltre state autorizzate, all'inizio degli anni Settanta, a emettere particolari depositi a risparmio (chiamati now accounts) che offrivano ai depositanti un tasso di interesse in linea con quello concesso sugli altri depositi a risparmio, ma che in più davano la possibilità di emettere veri e propri assegni; tali depositi esercitavano una forte concorrenza nei confronti dei depositi a vista delle banche commerciali, fino ad allora gli unici a potere essere utilizzati come mezzo di pagamento, ma che erano infruttiferi. Veniva così sottratto alle banche commerciali il monopolio che esse avevano fino a quel momento esercitato sul sistema dei pagamenti.

"Reregulation"

Imporre delle regole che rendono legale un comportamento spontaneo illegale non significa liberalizzare il mercato ma semplicemente dargli ordine e disciplina. Tutta la politica reaganiana di deregolamentazione si è in fondo tradotta in un intervento ancora più massiccio dello Stato in economia. Infatti per quanto riguarda il mondo bancario, è finita l'epoca dell'autonomia locale e tutte le attività cadono sotto il controllo federale.

Negli anni Settanta si è così susseguita una lunga serie di tentativi da parte delle istituzioni creditizie di evadere i controlli, di azioni da parte degli organismi di controllo dirette a riaffermare i divieti, ma anche sporadiche e disorganiche forme di deregolamentazione. Alla vigilia dell'importantissima legge dell'80 non esisteva più una chiara e netta distinzione tra le attività che svolgevano le diverse categorie di istituzioni creditizie, ciascuna penetrata bene o male nel mercato prima riservato alle altre.

La più importante legge di deregolamentazione fu approvata in concomitanza con l'adozione di una politica monetaria particolarmente restrittiva, durata dall'80 all'82. Gli eccezionali aumenti dei tassi d'interesse provocati da tale politica avrebbero infatti, in assenza di un'ampia liberalizzazione, determinato un crollo repentino dell'offerta di credito da parte delle banche, che non avrebbero avuto la possibilità di raccogliere fondi ai tassi di mercato. Un fenomeno di questo tipo avrebbe portato il sistema americano in una crisi assai più profonda di quella effettivamente attraversata. Va detto per inciso che gli Stati Uniti furono obbligati a spingere verso l'alto i loro tassi per la necessità di difendere un dollaro già particolarmente debole in presenza dell'adozione di politiche monetarie restrittive in tutti gli altri paesi industrializzati, mirate a limitare gli effetti inflazionistici dell'aumento del prezzo del petrolio del '79.

La decisione di non limitare la disponibilità di credito facilitò l'uscita dalla recessione, ma non risolse i problemi di fondo dell'economia americana.

Vedremo più avanti che la deregolamentazione favorì l'accesso al credito, ma ciò non rese più competitiva l'industria americana e non impedì agli Stati Uniti di diventare il paese più indebitato del mondo.

La forte crescita del credito, se da un lato ha creato l'illusione di una crescita economica che, seppure a ritmo non entusiasmante, potesse allontanare la crisi, dall'altro si sta ora rivelando difficile da gestire.

I prestiti si stanno trasformando in sofferenze e ogni aumento di un punto dei tassi d'interesse si traduce in un numero crescente di fallimenti per la variabilità dei tassi sui prestiti resa possibile dalla deregolamentazione. Si dimostra perciò ancora una volta vano il sogno del capitalismo di poter evitare l'anarchia del proprio sviluppo. Il pesante intervento in economia non rappresenta un razionale governo della stessa, ma un correre precipitoso a rattoppare una barcaccia che fa acqua da tutte le parti.

Con l'"Act" dell'80 è stata di fatto sancita tale situazione. E' stato stabilito che entro 6 anni dovevano sparire i limiti ai tassi di interesse applicabili sulle varie forme di raccolta e sui prestiti: erano le leggi di mercato che dovevano d'ora in poi stabilire i tassi di interesse, e le banche potevano muoversi tranquillamente concorrenza in questa maniera. Contestualmente la Riserva Federale ha esteso il proprio controllo a tutte le banche, obbligandole a tenere presso di essa una riserva obbligatoria e autorizzandole a ricorrere al credito di ultima istanza in caso di necessità; tutte le banche dovevano inoltre accettare l'assicurazione federale sui depositi, che in caso di fallimento ne garantisce la copertura fino a 100.000 dollari; tali provvedimenti sono stati adottati per la crescente propensione delle banche, alla fine degli anni Settanta, a preferire il più mite controllo statale rispetto a quello federale.

Con l'"Act" dell'80 è stata così riconosciuta la possibilità per le casse di risparmio di agire nel settore prima riservato alle banche commerciali, potendo ora anch'esse concedere prestiti a breve termine alle imprese e raccogliere depositi a vista; alle banche commerciali veniva permesso di concedere mutui per le abitazioni e di emettere depositi a risparmio, in precedenza di competenza esclusiva delle casse di risparmio. Da allora in poi inoltre le banche commerciali hanno cercato di ottenere ulteriori deroghe alla regolamentazione in tema di intermediazione in titoli, tentativo che ha spaventato non poco le banche d'investimento.

In ultima analisi tutti ora fanno un po' di tutto: dapprima ciò è avvenuto attraverso scappatoie più o meno legali, e poi, soprattutto a partire dal 1980, grazie alla deregolamentazione varata dall'amministrazione reaganiana.

Un ultimo accenno ai fondi comuni, molto importanti negli Stati Uniti, che a partire dagli anni Settanta sottrassero crescenti quote di mercato alle banche commerciali.

I fondi comuni investivano inizialmente i capitali raccolti soprattutto in titoli a breve termine, mentre le quote di partecipazione dei risparmiatori, spesso legate a un conto corrente, erano immediatamente liquidabili e utilizzabili per far fronte a pagamenti; proprio per queste loro caratteristiche le quote di fondi comuni esercitavano una forte concorrenza nei confronti dei depositi delle banche, che prima del 1980 erano o infruttiferi (i depositi a vista) o soggetti a tetti massimi sui tassi di interesse a risparmio).

Conseguenze disastrose per le casse di risparmio

Se una parte sempre maggiore del plusvalore prodotto in un paese moderno finisce alla rendita, più un paese è moderno, più il fenomeno deve essere capillare. Infatti l'Inghilterra e gli Stati Uniti sono i paesi in cui la proprietà immobiliare è più diffusa anche a livello proletario, con un'estorsione veramente democratica sotto forma di mutui di vario tipo che durano tutta la vita e moltiplicano nel tempo l'ammontare che va ai rentiers. L'internazionalizzazione dei tassi ha fatto saltare il sistema a tassi fissi prodotto dalla relativa sicurezza del sistema americano e ha fatto saltare anche la rete bancaria che più si fondava su questa sicurezza.

La crisi delle casse di risparmio va ricondotta innanzitutto alla struttura del loro attivo, caratterizzato da mutui a medio-lungo termine concessi soprattutto per l'acquisto di abitazioni.

Questi mutui erano tradizionalmente concessi a un tasso di interesse fisso, mentre sulla raccolta (depositi a risparmio) veniva pagato un tasso di interesse che, almeno fino all'80, non poteva superare determinati tetti massimi. Quando nell'80, in concomitanza con una politica monetaria particolarmente restrittiva che aveva spinto assai in alto i tassi di interesse, sono stati liberalizzati i tassi offribili sulle varie forme di raccolta, il costo di quest'ultima è aumentato in maniera enorme. Per ragioni di concorrenza le casse di risparmio sono state costrette ad alzare i tassi offerti sui depositi, così come stavano facendo le banche commerciali. L'attivo era però caratterizzato prevalentemente da mutui a tasso fisso, concessi negli anni in cui i tassi di interesse erano molto più bassi, e così i guadagni sono andati inesorabilmente assottigliandosi.

A partire dall'80, appena è stato possibile, le casse di risparmio hanno incominciato a erogare mutui a tasso variabile; ancora nel 1987, però, il 38% dei mutui in essere era a tasso fisso. Non vi era d'altronde possibilità di scelta per le casse di risparmio, che sarebbero state altrimenti escluse dal mercato (10).

Un irrigidimento della politica monetaria da parte della Riserva Federale e il conseguente aumento dei tassi di interesse comporta automaticamente maggiori perdite per le casse di risparmio, legate a una raccolta assai più sensibile a variazioni nei tassi di quanto lo sia l'attivo.

Inoltre negli anni Ottanta la casse di risparmio hanno incominciato a operare nei settori tipici delle banche commerciali, concedendo prestiti a tutta una serie di settori industriali senza possedere, spesso, la necessaria competenza; esse erano infatti abituate a operare in piccoli mercati, a fare prestiti per abitazioni, e si sono perciò in molti casi trovate in estrema difficoltà a operare in nuovi mercati.

La crisi di settori quali quello agricolo, quello energetico e quello immobiliare in particolare stanno aggravando le difficoltà per le casse di risparmio, che per cercare di risollevare i guadagni si sono anche buttate in prestiti assai fruttiferi ma molto rischiosi (vedi per tutti l'investimento in junk bonds, di cui si dirà successivamente).

Diversa la situazione delle banche commerciali, le cui difficoltà non sono legate a un attivo poco sensibile ai tassi di interesse, bensì al difficile rientro dei prestiti ai Pvs e di quelli concessi ai settori più colpiti dalla crisi economica.

Il sistema finanziario e la creazione del debito

Se nell'epoca del declino capitalistico l'aumento del credito non è conseguente ad un aumento delle attività produttive, ciò si traduce in un facile accesso ai prestiti senza che vi corrisponda una altrettanto facile creazione di profitto. Il debito diventa quindi fine a sé stesso, si autoalimenta ed ha il solo scopo di distruggere capitale addizionale fornito dall'esuberanza delle forze produttive di cui questa società non sa utilizzare il potenziale di liberazione delle forze umane.

Se si confronta la crescita del Pnl nominale con quella del debito di famiglie, imprese e Stato (vale a dire di tutti i settori non finanziari), si osserva una crescita di quest'ultimo assai più sostenuta rispetto a quella della produzione nazionale. Il divario tra le due grandezze è andato aumentando negli anni Settanta e si è ulteriormente accentuato negli anni Ottanta; il rapporto tra le stesse ha superato il 200% intorno alla metà degli anni Ottanta, mentre era il 160% circa 20 anni prima (11). A un dollaro di produzione è quindi corrisposto un ammontare sempre maggiore di debito. Ciò lascia supporre che il debito sia andato a finanziare in misura crescente attività non produttive, in relazione a difficoltà di investimento produttivo di capitale negli Stati Uniti.

Gli sviluppi del sistema bancario hanno favorito in maniera determinante la creazione del debito. Prima della liberalizzazione dell'80, un aumento dei tassi di interesse di mercato impediva alle banche di raccogliere maggiori risorse poiché esse erano impossibilitate ad alzare i propri tassi sulla raccolta (i risparmiatori investivano in altri strumenti, quali ad es. i titoli di stato, titoli emessi dalle imprese, quote di fondi comuni, ecc.); le banche cioè disintermediavano, ed erano costrette a ridurre i loro prestiti.

Dopo l'80 le banche potevano lo stesso continuare a raccogliere fondi, semplicemente alzando i tassi di interesse offerti ai risparmiatori; d'altro lato esse concedevano soprattutto prestiti a tasso variabile, in modo da mantenere invariato il proprio spread (se cresceva il tasso offerto sui depositi esse aumentavano nella stessa misura quello fatto pagare sui prestiti). In presenza di uno spread costante nel tempo, il guadagno delle banche dipendeva dalla quantità di fondi che riuscivano a intermediare.

Tale meccanismo ha consentito alle banche di offrire molto più credito che in precedenza, spingendo così i vari settori dell'economia a indebitarsi. Con un problema in più, e cioè che chi si indebita lo fa a un tasso variabile, e quando i tassi di mercato salgono il peso del debito aumenta proporzionalmente. Alle banche sembra di non correre alcun rischio, poiché lo spread è stabile; il vero rischio, e ben maggiore, è invece quello dell'insolvenza del debitore, e quindi della perdita dell'intero prestito (12).

La maggiore libertà delle banche si è tradotta in maggiore creazione di debito; la Riserva Federale vede però ridotto il proprio margine d'azione, perché diventa più difficile e costoso decidere di alzare i tassi di interesse. Oltre al problema delle casse di risparmio vi è quello rappresentato dal forte indebitamento di famiglie e imprese, con elevati rischi di insolvenza in caso di aumento dei tassi di interesse (per non parlare del debito statale). A quali conseguenze porterebbe un deciso aumento dei tassi di interesse da parte della Riserva Federale in caso di eccessiva debolezza del dollaro?

Anche l'assicurazione federale dei depositi, fondo di garanzia costituito negli anni Trenta per evitare il ripetersi di una corsa agli sportelli come quella verificatasi nel '29, ha favorito la creazione del debito. Negli Stati Uniti tutti i depositi fino a 100.000 dollari sono assicurati da un apposito fondo presso la Riserva Federale, che ne garantisce il rimborso in caso di fallimento di una banca.

Tale garanzia era inizialmente diretta a coprire i piccoli depositanti (la misura stabilita negli anni Trenta raggiungerebbe i 25.000 dollari se rapportata a dollari attuali): ora è appunto di 100.000 dollari e garantisce quasi tutti i depositi (sia piccoli che grandi); inoltre la Riserva Federale ha sempre garantito, in caso di insolvenza, tutti i depositanti, anche quelli i cui depositi superavano i 100.000. I manager degli istituti bancari si sono fatti forti di questa assicurazione dei depositi per effettuare operazioni molto rischiose ma particolarmente redditizie, che venivano rese possibili dal grande sviluppo dei mercati finanziari. Il contributo di ogni singola banca al fondo di riserva è commisurato alla sua dimensione, e non alla rischiosità del suo attivo, del resto di difficile valutazione.

Visti gli effetti perversi dell'assicurazione federale dei depositi ne sono state proposte notevoli modifiche, nessuna delle quali è stata però finora adottata.

Credito su debito in vendita

"Nella misura in cui emette banconote non coperte dalla riserva metallica contenuta nei suoi forzieri, la Banca crea segni di valore, che costituiscono per essa non solo mezzi di circolazione, ma capitale addizionale - sia pure fittizio - per l'importo nominale di quei biglietti senza copertura. E questo capitale addizionale le arreca un profitto addizionale [...] C'è nulla di più pazzesco del caso della Banca d'Inghilterra le cui banconote hanno credito grazie allo Stato e che tuttavia si fa pagare dallo Stato, quindi dal pubblico, sotto forma di interessi su prestiti, per il potere che lo Stato le conferisce di convertire questi stessi biglietti in denaro, e poi prestarglieli? [...] [La banca crea capitale fittizio anche] dando in pagamento cambiali scontate, la cui capacità di ottenere credito è stata assicurata [...] dalla girata della banca stessa" (13).

Anche la trasformazione dei prestiti delle banche in titoli negoziabili ha accentuato la crescita del debito. Tale processo, che attualmente riguarda circa il 50% dei nuovi prestiti, consiste nell'emissione, da parte delle banche, di titoli rappresentativi di un insieme di prestiti effettuati da parte delle stesse banche. Una banca può ad esempio concedere prestiti per 100.000 dollari ripartiti tra più clienti e poi emettere un titolo di ammontare equivalente che viene collocato sul mercato; la banca rientra così in possesso dei fondi che sono stati precedentemente prestati. La quotazione del titolo è strettamente collegata alla sorte di quei prestiti, poiché su di esso viene trasferito il rischio del mancato rimborso dei prestiti cui esso si riferisce.

La quotazione del titolo è ovviamente legata all'importanza e alla fiducia riposta nella banca che lo emette, che rientra così in possesso rapidamente dei fondi prestati: aumenta così la velocità di circolazione della moneta.

La trasformazione dei prestiti in titoli negoziabili tende però a diminuire la qualità del credito. Nel caso tradizionale in cui la banca detiene in proprio il prestito fino alla scadenza, essa è spinta non solo ad accertare la solvibilità e le future prospettive del cliente prima di concedere il prestito, ma anche a seguire successivamente da vicino l'andamento del debitore, per intervenire ai primi sentori di crisi.

Diversa è la situazione nel caso in cui il prestito viene venduto; è vero che la banca, sia per una questione di immagine che per garantirsi la fiducia del mercato, ha interesse a che il prestito vada a buon fine, però ora il rischio non ricade più su di essa, ma su chi ha acquistato i titoli rappresentativi di quel prestito, che sono oggetto di compravendita e di quotazione come qualsiasi altro titolo: la banca non controlla più direttamente il debitore, ed è spinta a disinteressarsene.

D'altra parte, siccome esiste un mercato assai sviluppato di tali titoli, chi li compra confida nella capacità di capire un attimo prima del mercato se è arrivato il momento di disfarsene, e inoltre possiede difficilmente una capacità di valutazione dei debitori paragonabile a quella di una banca. Esistono anche assicurazioni che si impegnano a garantire il buon fine di quei prestiti.

Nonostante tutto ciò se il debitore fallisce è chiaro che chi possiede i titoli corrispondenti o chi li ha garantiti dovrà andare incontro a una perdita.

In tali titoli hanno investito fondi comuni, banche d'investimento, casse di risparmio, assicurazioni, ecc. per il buon rendimento da essi assicurato; per tale via le difficoltà di rimborso dei prestiti incontrate dai settori più colpiti dalla crisi economica si trasmettono automaticamente dalle banche commerciali al resto del sistema finanziario (14).

L'ampia disponibilità di credito ha spinto le imprese americane a indebitarsi, a parità di altre condizioni, molto più che in passato. Perché raccogliere fondi tramite azioni quando esiste una grande disponibilità di finanziamenti concessi dalle banche commerciali, dalle casse di risparmio ecc.?

Analizzando la struttura patrimoniale delle società americane, si vede che il rapporto tra il capitale proprio e il debito si è infatti andato fortemente riducendo nell'ultimo ventennio; il debito è inoltre in massima parte a breve termine e a tassi variabili; in presenza di tassi di interesse variabili non conviene indebitarsi a lungo termine, cercando invece di approfittare dei momenti in cui i tassi sono relativamente bassi.

Per un'impresa, la sostituzione di azioni con debito accentua però la possibilità di difficoltà future; infatti, se gli utili crollano o se addirittura si registrano perdite, sulle azioni non viene pagato alcun dividendo, oppure un dividendo che può anche essere molto basso in rapporto al valore dell'azione.

Diversa è la situazione per il debito, che richiede il periodico pagamento di un interesse indipendentemente dall'andamento dell'azienda che anzi, nei momenti di crisi, deve destinare al pagamento degli interessi una quota crescente dei propri fondi. Tale fenomeno rende perciò più vulnerabili le imprese di fronte a una crisi economica.

"Capitale spazzatura"

"Il capitale del debito pubblico resta un capitale puramente fittizio, e non appena i titoli divenissero invendibili, l'apparenza di questo capitale svanirebbe. Ciò non toglie che questo capitale fittizio abbia un suo proprio movimento [...] In realtà tutti questi titoli non rappresentano che diritti e titoli giuridici su produzione futura" (15). Sempre che questa possa esserci.

La sostituzione di capitale con debito ha subìto un'ulteriore accelerazione attraverso il grosso flusso di fusioni e acquisizioni manifestatosi soprattutto dalla metà degli anni Ottanta in poi. L'ampia disponibilità di capitali liberi sul mercato finanziario ha spinto le imprese a utilizzarli per comperare altre imprese, magari solo allo scopo di rivenderle dopo breve tempo una volta che ne fossero lievitate le quotazioni sul mercato.

Ne è derivato un aumento del grado di concentrazione e anche un aumento del grado di indebitamento della nuova impresa, che non solo accumula i debiti delle due imprese in precedenza separate, ma anche il debito necessario ad una per acquisire l'altra.

Dalle difficoltà che ora molte imprese incontrano nel far fronte al servizio del debito che ne è derivato, si può intuire come i vantaggi di scala che sono stati resi possibili dalle fusioni e dalle acquisizioni non sono stati probabilmente sufficienti.

Le banche d'investimento sono quelle che più hanno guadagnato da tali operazioni; esse hanno infatti fatto pagare commissioni salatissime per raccogliere i capitali sul mercato necessari alle imprese per effettuare le scalate. Per far ciò le banche d'investimento hanno emesso titoli (junk bonds) che offrono un tasso di interesse più elevato quanto più rischiosa è l'operazione che si è finanziata (16).

La crisi del mercato di questi titoli dipende dalle difficoltà di rimborso delle imprese, che si sono così indebitate a livelli giganteschi; siccome in tali titoli hanno investito tutti i settori dell'intermediazione finanziaria (dalle banche commerciali alle casse di risparmio, dalle assicurazioni sulla vita ai fondi comuni, ecc.) viene coinvolto negativamente l'intero sistema finanziario (17).

Tale fenomeno esprime in maniera lampante la tendenza del capitale a distruggere sé stesso in quanto eccedente rispetto alle necessità produttive; il capitale raccolto da una molteplicità di risparmiatori viene gettato in operazioni spesso di carattere puramente speculativo, nella speranza di ricavare guadagni altrimenti irrealizzabili.

Fascismo trionfante in politica ed economia

"Nella misura in cui al mero proprietario del capitale, al capitalista monetario, si contrappone il facente funzioni del capitalista e, sviluppandosi il credito, questo stesso capitale monetario assume un carattere sociale, si concentra in banche e sono le banche a prestarlo, non più il suo proprietario diretto [...] nella misura in cui il semplice dirigente che non detiene a nessun titolo il capitale, assume tutte le funzioni reali spettanti al capitalista in quanto tale, non resta che il funzionario e il capitalista scompare come persona superflua dal processo di produzione" (18).

Nella ripartizione del debito tra settori economici è il debito pubblico quello che è cresciuto maggiormente negli ultimi 20 anni. Al contrario di quanto hanno sostenuto i teorici del liberalismo, che avrebbero voluto veder ridotto l'intervento dello Stato nell'economia, è in realtà avvenuto il contrario.

Lo sgravio di imposte deciso dall'amministrazione reaganiana non si è tradotto in un maggiore risparmio e in un più consistente sviluppo del sistema economico, bensì in un aumento del debito pubblico, aggravato ulteriormente tra l'80 e l'82 dalla crisi economica che aveva investito gli Stati Uniti.

E' ora alle porte un nuovo fortissimo aumento del deficit pubblico, provocato dalla necessità di soccorrere il sistema economico, da quella di salvaguardare la salute del sistema finanziario e, dulcis in fundo, dalle spese belliche collegate alla guerra del Golfo, di cui gli Stati Uniti stanno chiedendo conto a tutti gli alleati.

L'intervento dello Stato, lungi dal ridursi per lasciare spazio alle forze del mercato, è invece diventato sempre più incisivo, dimostrando l'incapacità del sistema economico di sopravvivere senza le correzioni che esso apporta al procedere cieco dell'economia.

Così si verifica, anche attraverso questa via, il nostro vecchio assunto secondo il quale il fascismo ha perso militarmente la guerra ma l'ha vinta politicamente. L'apparato statale diventa sempre più mastodontico e ad esso si accompagna il corollario di interventi per assistere una società sempre più improduttiva. Basti pensare all'incidenza delle spese per "risorse umane " (stipendi e pensioni per l'apparato statale civile e militare, assistenze varie alla sovrappopolazione relativa, ecc.) sul totale delle spese statali; nel '56 esse rappresentavano il 22% delle uscite del bilancio federale, nel '71 erano il 43% e nell'86 avevano raggiunto il 50% (19).

Negli Stati Uniti il risparmio del settore famiglie (la parte di reddito sottratta al consumo) non è sufficiente a far fronte alla necessità di risorse finanziarie delle imprese e del settore pubblico: il ricorso ai capitali provenienti dall'estero è perciò crescente e irreversibile. A partire dalla metà degli anni Ottanta gli Stati Uniti sono infatti diventati debitori netti verso l'estero; da allora il loro debito verso l'estero è cresciuto a ritmo particolarmente spedito, raggiungendo i 675 miliardi di $ a fine dell'89 (pari al 13% del prodotto nazionale lordo). Sono parallelamente cresciuti i saldi positivi verso l'estero di Germania e Giappone, 250 e 300 milioni di dollari rispettivamente a fine '89, pari al 19 e all'11% del loro prodotto nazionale lordo (20). Un'interruzione di questo flusso creerebbe immediatamente gravissimi problemi per la stabilità del dollaro e perciò del sistema finanziario americano e internazionale.

L'altra faccia della medaglia è ovviamente rappresentata dall'aggravato deficit commerciale americano che attualmente si aggira sui 100 miliardi di dollari-anno.

Conclusione

"Il saggio d'interesse non dipende dalla massa del denaro circolante" (21).

La politica monetaria americana è sempre più costretta a impedire che i tassi di interesse offerti sui titoli americani scendano al di sotto del livello ritenuto non più appetibile dagli investitori stranieri.

Questo vincolo è attualmente in contrasto con le esigenze dell'economia americana che, alle prese con l'aggravarsi della crisi economica, avrebbe bisogno di una notevole riduzione dei tassi di interesse. Ed è inoltre strutturalmente in contrasto con i bisogni di un sistema indebitatissimo, per il quale ogni aumento dei tassi di interesse comporta sacrifici crescenti per via dell'elevato indebitamento di famiglie e imprese, con ovvie ripercussioni negative sulle istituzioni finanziarie.

E' per ragioni interne che le autorità monetarie americane hanno lasciato che i tassi d'interesse scendessero al di sotto di quelli tedeschi nel corso del 1990 ed ancora di più all'inizio del '91, nonostante i pericoli di una caduta del dollaro per il venir meno della convenienza a investire in questa valuta.

Il fatto è che non c'è via d'uscita. Sono ormai vent'anni che la massa dei dollari circolanti per il mondo rappresenta un vulcano in procinto d'esplodere. Il dollaro è ancora la principale moneta di riserva e di scambio internazionale, ma non è più sostenuto dalla potenza economica di una nazione che controllava da sola più della metà degli scambi mondiali. In più la sua peculiare caratteristica fa sì che il dollaro entri ed esca dalle frontiere nazionali subendo una continua contabilizzazione che ne moltiplica la quantità semplicemente col movimento.

Il fiume di carta o di cifre moltiplicato dagli elaboratori delle banche ha trovato uno sfogo essendo utilizzato come moneta interna in molti paesi dalla moneta disastrata, tipo il Perù, l'Argentina, il Brasile eccetera. Ma ora la questione si complica con l'ingresso nel girone dei disastrati di ben altri paesi, e non sono più semplici fiammiferi ad aggirarsi fra i barili scoperchiati della polveriera del dollaro ma vere fiaccole: il 30% del valore delle transazioni fra privati e fra industrie in Russia avviene già in dollari! (La Repubblica).

Il conflitto del Golfo ricorda ai principali concorrenti imperialisti degli Stati Uniti che a essi non rimane altra via se non quella di continuare a finanziare la crisi del sistema economico americano. Anche se nessuno per ora ha interesse a che la crisi del sistema finanziario americano si estenda a un livello tale da inceppare gli stessi meccanismi capitalistici di valorizzazione e circolazione del capitale, è certo che l'antica e interessata sudditanza è in crisi.

Molte altre istituzioni finanziarie, piccole e grandi, subiranno le conseguenze dell'aggravarsi della crisi economica americana. Ne deriverà un'ulteriore riduzione del numero di istituzioni finanziarie, che va nel senso di una maggiore concentrazione delle risorse finanziarie che certamente non ci sogniamo di paventare.

Purtroppo il persistere dell'interdipendenza tra le principali potenze ritarda lo scontro che gli acuiti contrasti economici potrebbe invece far precipitare. La guerra del Golfo ha dimostrato che gli Stati Uniti sono ancora in grado di dettare la legge del più forte, ma, proprio per questo, il potenziale dello scontro si alza enormemente. Vedremo nel prossimo futuro battaglia aperta per il flusso dei dollari legati all'energia petrolifera e per quello dei dollari legati alle eccedenze dei capitali industriali, Stati Uniti da una parte, Germania e Giappone dall'altra.

Torino 20 marzo 1991

Note

(1) K. Marx, Il Capitale, Vol. I cap. XXIV, ed. UTET, pag. 943.

(2) Id., Vol. III cap. XVIII pag. 385.

(3) Cfr. Il Sole 24 Ore, 07.09.1990, "Utili a picco per le banche statunitensi".

(4) K. Marx, Op. citata, Vol. III cap. XXXI, ed. UTET, pag. 623.

(5) Cfr. Il Sole 24 Ore, 04.04.1990.

(6) K. Marx, Op. citata, Vol. III cap. XXVII, ed. UTET, pag.555 e segg.

(7) Cfr. Mondo Economico, 05.05.1990, "Governo e junk bonds affondano le casse USA".

(8) K. Marx, Op. citata, Vol. III cap. XXXI, ed. UTET, pag. 631,

(9) Cfr: Servizio Studi della Camera dei deputati, 1988: Sistemi creditizi a confronto. Gli Stati Uniti.

(10) Cfr: Bancaria, febbraio 1889, "La crisi annunciata delle Casse americane".

(11) H. H. Haufman, Il nuovo mondo finanziario, Ediz. Il Sole 24 Ore libri.

(12) Ivi, pag. 50.

(13) K. Marx, Op. citata, Vol. III cap. XXXIII, ed. UTET, pag. 679.

(14) H. H. Haufman, Op. citata, pagg.59 - 60.

(15) K. Marx, Op. citata, Vol. III cap. XXIX, ed UTET, pag. 589.

(16) Cfr. Il Sole 24 Ore, 23.02.1990, "La genesi delle banche.mammut".

(17) Id., 12.10.1990, "Junk bonds, mercato allo sbando per la crisi economica americana".

(18) K. Marx, Op. citata, Vol. III cap. XXIII, pag. 489.

(19) H. H. Haufman, Op. citata, pag. 68.

(20) Cfr. The Economist, 04.12.1990, "Economic and financial indicators".

(21) K. Marx, Op. citata, Vol. III cap. XXXIII, pag. 665.

Fine

Lettere ai compagni