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Newsletter numero 179, 23 ottobre 2011
Mille città
La contrapposizione violenza-non-violenza è un infame prodotto del tutto
ideologico, tanto elastico da essere utilizzato a seconda delle convenienze.
In natura non esiste. Esistono invece eventi, cause ed effetti, processi,
interazioni. Le molecole di un gas surriscaldato si agitano. Si scopre
come, se ne traccia una teoria, si fanno dei calcoli. A nessuno viene in mente
di dare un giudizio morale sulla loro agitazione.
Vi sono organismi unicellulari che, pur non possedendo sistema nervoso,
mostrano una serie di comportamenti "intelligenti", ad esempio nella
ricerca di cibo. Ma incominciano ad agitarsi in modo caotico non appena questo
diminuisce: invece di darsi una calmata per non dissipare troppa energia,
fanno esattamente il contrario. Cercando disperatamente di alimentarsi per
sopravvivere, consumano più in fretta il poco che c'è.
L'uomo è un animale sociale. I suoi bisogni sono infinitamente più complessi
di quelli di un organismo unicellulare. Entra in agitazione per molto meno
della quantità vitale di cibo. Anzi, al livello elementare di sopravvivenza
soffre d'inedia, mentre s'incazza enormemente quando gli tolgono ciò che ha
conquistato o, a maggior ragione, quando incomincia a fare paragoni, non più
con ciò che è stato, ma con ciò che potrebbe essere.
I manifestanti coordinati di mille città in ottanta paesi hanno alzato
cartelli con un messaggio essenziale e quindi massimamente efficace. Siamo il
99% e quell'altro 1% detta legge, si pappa tutto e ci costringe al girone
infernale del bisogno insoddisfatto. Elementare. Marx ha dato una sistemata
alla faccenda dal punto di vista teorico, individuando i processi di
formazione del valore e quelli della sua distribuzione fra le classi (Il
Capitale, libro III, I redditi e le loro fonti). Come si sa, è
giunto alla conclusione che non è questione di ripartire equamente il valore
ma di eliminare le classi. Di trasformare il tempo di lavoro in tempo di vita.
Mai le rivoluzioni sono avvenute per ripartire la ricchezza secondo
"giustizia", esse sono state totalitarie, chi ha vinto si è preso
sempre tutto.
La borghesia, proprio quella che adesso alza al cielo insopportabili lamenti
sul "sacco di Roma" (cioè su tre auto bruciate e qualche vetrina
rotta), coadiuvata da un servizievole stuolo di ruffiani, ha fatto fuori i
feudali non certo chiedendo loro se per favore si toglievano dai piedi: ha
fatto lavorare la ghigliottina a orario continuato, ha sconfitto eserciti
dinastici, ha messo a ferro e a fuoco l'Europa intera e ha continuato il
lavoro colonizzando il mondo con i metodi che sappiamo. Soprattutto ha piegato
alla schiavitù salariata miliardi di proletari cavandogli il sangue. Oggi
parla di non-violenza mentre appoggia la macelleria libica, una pilotata
guerra tribale che galleggia su un mare di petrolio. Violenza da parte di
chi e su chi?
Perché, si chiedono i custodi della tranquillità capitalistica, fra mille
città, solo ad Atene e Roma ci sono state violenze? E sottintendono la
presenza eversiva cosiddetta anarco-insurrezionalista. Fingono di non sapere
che da febbraio fibrilla il mondo. Hanno rimosso le banlieues di
Parigi e Londra. Hanno relegato alla storia gli incendi di Chicago,
Watts, Los Angeles. Credono di poter usare contro il
"comunismo" le duecentomila rivolte all'anno dei proletari e
contadini cinesi.
Se proprio vogliamo dare un senso alla domanda, vediamo che ad Atene si
licenzia e si taglia fino a costringere decine di migliaia di persone ad
abbandonare le città per tornare in campagna dove qualcuno può almeno
sopravvivere. Vediamo che in Italia ci sono circa dieci milioni di lavoratori
"atipici", cioè precari supersfruttati. Due o tre milioni sono
disoccupati. Non esiste più nessuno che non sia coinvolto in questo macello,
che non abbia qualche congiunto costretto a vivere con l'aiuto altrui, che non
veda intorno a sé qualcuno praticamente alla fame. Anche un cretino capirebbe
che, per puro calcolo statistico, fra la massa dei milioni di giovani
incazzati qualche migliaio per forza incomincia ad agitarsi. E siccome un
essere umano con il suo sistema nervoso è un po' più complesso di un
batterio, lo scambio d'informazione tra gli incazzati non avviene attraverso
toccamenti di vibrisse ma usando Internet, spostandosi in treno o in aereo da
una città all'altra, scaricando la rabbia contro i simboli di coloro che ti
promettono il paradiso del dio denaro e poi te lo negano.
Pancia e gambe precedono la sistemazione teorica, l'organizzazione viene per
ultima. Non vogliamo leader! gridano i giovani in mille città: c'è da
sperare abbiano capito che i leader possibili adesso sono solo gli emissari
infiltrati di quell'1% ricordato dai cartelli. È ovvio che prima o poi
dovranno pensare ad organizzarsi. Facebook non basta e lo stato ha tutto
l'interesse a fare una bella confusione, indignados e ultras, marxisti e
delinquenti. A Londra la politique-politicienne, cioè la politica
possibile oggi, ha sposato la delazione più turpe. Ad Atene ha bastonato i
violenti facendo picchetto in difesa del parlamento. A Roma ha schierato un
campionario impressionante di sbirri improvvisati, compresi dei patetici ex
spaccatutto, molto più oltranzisti degli sbirri di stato (giovani, se per
caso un tempo li avete seguiti, stampatevi bene in mente ciò che dicono
oggi!). Era ora che venissero a galla i campioni della politica. I margini per
la mistificazione si fanno sempre più stretti, si capisce bene che gli
spaccavetrine, qualunque cosa pensino o dicano di sé stessi, rappresentano
una efficace cartina di tornasole. Violenza? Suvvia, a parte lo storico
avvento della borghesia, è fin troppo banale far presente che solo in Italia,
quotidianamente, ci sono tre morti sui posti di lavoro, che le amate
automobili andate arrosto ne provocano una dozzina, che la malasanità ne
provoca una trentina, senza parlare delle guerre, ecc. ecc.
C'è chi dice che gli attacchi dei ragazzotti, le fiamme, le cariche, gli
arresti e tutto quanto hanno offuscato la grande manifestazione dei 300.000 di
Roma e quelle contemporanee svoltesi in altre mille città. È vero. Ma è
perché gli organi d'informazione guadagnano sugli eventi eclatanti e non
sulla grigia routine. E le manifestazioni-processione senza costrutto sono
diventate, appunto, grigia routine. Niente è più soporifero del tran-tran
sindacale, niente è più malinconico dei ragazzi che gridano "no alla
violenza!" mentre si beccano botte da orbi dalla polizia (visto a
Madrid). Niente è più mistificante che autodefinirsi "indignato"
invece che incazzato, ribelle, sovversivo, magari comunista (sempre che si
sappia ancora che cosa voglia dire).
S'indigna l'intellettuale, il prete, il moralista. Per dovere professionale
fingono di indignarsi anche il politico e il giornalista. Ma è facile
constatare quanta efficacia abbiano avuto sessant'anni di indignazione contro
le manifestazioni del potere borghese. Meno male che la copertura mediatica ha
trascurato la palude dei candidi indignati e dei funesti politicanti
mostrandoci diffusamente la poco digeribile punta dell'iceberg. Il potenziale
tellurico che ha sconvolto mezzo mondo ha solo due possibilità per continuare
a manifestarsi: o maturare verso forme radicali, dandosi obiettivi e
organizzazione, o integrarsi nella pratica politica corrente.
Milioni di persone hanno sfidato le armi degli stati rischiando la pelle.
Migliaia sono morte e stanno morendo, senza una prospettiva programmatica,
solo perché ne avevano abbastanza di una vita senza senso. Le fotogeniche
fiammate, i ragazzi mascherati, le falangi poliziesche delle metropoli
occidentali, sono epifenomeni di un marasma planetario, la posta in gioco è
la sopravvivenza di un sistema che ormai fa acqua da tutte le parti.
Paradossalmente, proprio dove la mistificazione è massima, massimo è il
potenziale. La borghesia occidentale aveva appena tirato un sospiro di
sollievo dicendo che "sì, in Nordafrica e in Medio Oriente ci si batteva
per la democrazia, ma qui che la democrazia c'è…". Ecco che la
risposta è venuta, più rapida del pensiero omologato: anche "qui"
in mille città, milioni di persone lottano contro la vita senza senso. Nei
cartelli del 99% non c'è una rivendicazione, solo una constatazione. Sarà
dura imboccare una strada nuova, ma quale "rivendicazione", quale
"riforma" potrà mai scalzare la natura di un sistema sociale?
Quando a New York un migliaio di dimostranti ha cercato di fare un sit-in sul
ponte di Brooklin, la polizia ne ha arrestati 700. Dopodiché il sindaco ha
concesso una piazza-ghetto in cui possano sfogarsi senza rompere le scatole.
Classico. E poi? La borghesia americana, quell'1% che conta, ha già
manifestato i suoi sentimenti: "Ammazzate quei bolscevichi, fateli a
pezzi". L'avevano già detto a proposito dei liberi hackers
della rete. Indignatevi, se volete.
Si sa, molti a voce rifiutano la "violenza" ma in cuor loro ne hanno
piene le tasche di demagogia e sono contenti quando si rompe il mortorio delle
processioni. Comunque a Roma la gran massa dei manifestanti è
rimasta inattiva sia rispetto ai "teppisti" sia rispetto agli
improvvisati sotto-sbirri e ai vecchi nostalgici del PCI. Questi ultimi si
sono trovati del tutto impreparati. Finito il tempo dei nutriti servizi
d'ordine, incarogniti dall'impotenza, si sono limitati all'invettiva e a
mandare allo sbaraglio (in certi casi a trattenere) qualche anziano militante
esagitato. Assai gettonate le teorie complottiste: una parvenza di
organizzazione da parte degli spacca-vetrine ha prodotto varie dietrologie su
chi manovra chi e che cosa. In realtà l'organizzazione era unica, basata sui
moderni mezzi di comunicazione, condivisi, internazionali. Una spontaneità
ordinata alla quale si sono accodati i vecchi organismi
politico-sindacali.
Molto interclassimo, dunque. Proletariato del tutto assente in quanto classe.
Un pallido accenno di polarizzazione sociale che ha contrapposto chi è o
crede di essere contro il capitalismo e chi vi si adagia più o meno
comodamente utilizzando tutte le sue categorie politiche, sindacali,
parlamentari, democratiche. Una buona dose di isteria borghese dovuta a
semplice e inequivocabile paura. Niente che possa impensierire davvero gli
apparati della classe dominante, se non l'inquietante (per loro) estendersi
planetario della protesta e della sua organizzazione in rete. Sullo sfondo di
una società che non funziona più, vengono a mancare le salvifiche,
proverbiali, corruttrici briciole del banchetto.
Il processo in corso è irreversibile. Dalla crisi storica dei rapporti di
valore non si esce. I riflessi sulla società potranno produrre caos,
demagogia o repressione, ma già adesso si sente nell'aria che le vecchie
categorie politiche sono lasciate in appannaggio a isterici zombie.
Il capitalismo non è al momento in pericolo se non a causa di sé stesso. Ma
si fa strada la convinzione che può non essere l'unica forma sociale
possibile. Spaccare vetrine è inutile e anche un po' stupido,
ma se fossimo nei panni di un borghese pregheremmo la Madonna martirizzata di
Roma affinché la massa degli incazzati non si metta ad escogitare qualcosa di
utile e intelligente. Cosa che invece succederà.
2001: Genova,
o delle ambiguità (manifestazioni per il G8)
2005: Una
vita senza senso (il tempo di vita rubato dal Capitale)
2006: Banlieue
è il mondo (l'incendio delle banlieues
francesi)
2006: Nous,
les zonard voyous (l'incendio delle banlieues
francesi)
2008: Non
è una crisi congiunturale (l'irreversibile
senilità del capitalismo)
2009: Fenomenologia
del leader movimentista (scritta con in mente alcuni
personaggi reali)
2011: Marasma
sociale e guerra (le rivolte del Nordafrica e
del Medio Oriente)
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